Sicurezza informatica a Vicenza

Cyber security per le imprese vicentine

Fidem ha sede a Verona, a una cinquantina di chilometri lungo l’A4. Vicenza è la provincia che raggiungiamo più facilmente dopo la nostra: quaranta minuti di strada, che rendono praticabile la presenza in sede anche per interventi brevi, senza che diventi una trasferta.

Non abbiamo un ufficio a Vicenza. Lavoriamo da remoto per la parte continuativa — monitoraggio, gestione, verifiche periodiche — e andiamo in azienda quando serve guardare la rete, parlare con chi la usa, o raccogliere prove.

Le richieste che arrivano dal vicentino riguardano quasi sempre la stessa cosa, chiamata in modi diversi: proteggere quello che l’azienda ha di valore. Che sia un archivio di disegni, una collezione, un processo produttivo o la semplice capacità di consegnare in tempo.

Un tessuto di distretti, non di grandi gruppi

Vicenza è una delle province italiane a più alta densità manifatturiera, e la sua struttura ha conseguenze dirette sulla sicurezza informatica.

Il distretto orafo vicentino è tra i maggiori al mondo per la lavorazione dei metalli preziosi, con la fiera di settore che porta in città compratori internazionali. Qui il patrimonio digitale non è un database di clienti: sono i disegni e i modelli delle collezioni, che valgono finché nessuno li ha visti prima della presentazione.

Il distretto conciario della Valle del Chiampo lavora per la pelletteria e la calzatura di alta gamma, spesso come fornitore di marchi che impongono requisiti di riservatezza contrattuali molto stringenti su ciò che viene loro consegnato.

Meccanica, macchine utensili e plastica completano il quadro con aziende che progettano e costruiscono su commessa, dove il valore sta nel know-how di progettazione.

Il tratto comune: sono in larga parte imprese a conduzione familiare, con export elevato e senza un reparto IT interno strutturato. L’informatica è affidata a un fornitore esterno che si occupa di far funzionare le cose, non di difenderle — che è un mestiere diverso.

Protezione degli asset aziendali: quali sono davvero

«Proteggere gli asset aziendali» è una formula che rischia di restare vaga. In un’azienda vicentina di questo tipo gli asset digitali che contano sono tre, e richiedono difese diverse.

Il know-how. File CAD, disegni tecnici, distinte base, schede di processo, campionari e collezioni. È ciò che un concorrente pagherebbe per avere. Si protegge con il controllo degli accessi — chi può aprire quale cartella, e perché — e con la registrazione di chi legge e copia cosa, che serve sia a scoraggiare sia a ricostruire dopo.

L’identità dell’azienda. Il dominio, le caselle di posta, i profili aziendali. Chi riesce a spedire a nome vostro può dirottare un pagamento o inviare un listino falso a un vostro cliente. Si protegge presidiando SPF, DKIM e DMARC sul dominio e monitorando l’uso del nome dell’azienda fuori dal perimetro.

La continuità. La capacità di produrre e consegnare domani. Si protegge con backup verificati — cioè testati nel ripristino, non solo eseguiti — e con la separazione tra rete d’ufficio e rete di produzione, perché un problema in amministrazione non fermi la linea.

Il presidio continuo su questi tre fronti è descritto nelle pagine Endpoint Protection, Email Security e Managed Backup.

Quando i disegni escono dall’azienda

Il caso più ricorrente non è l’attacco dall’esterno: è l’uscita di un tecnico o di un commerciale che porta con sé quello su cui ha lavorato. A volte con dolo, a volte per abitudine — la cartella sincronizzata su un account personale, la chiavetta usata per lavorare a casa.

Le due domande che l’azienda si pone dopo sono sempre le stesse: che cosa si è portato via? e possiamo dimostrarlo? La risposta dipende interamente da cosa è stato registrato prima. Senza log di accesso ai file, senza tracciamento dei dispositivi rimovibili, senza conservazione delle caselle, la ricostruzione è debole e il contenzioso parte in salita.

Dove invece questi elementi esistono, l’analisi forense può ricostruire copie, invii e sincronizzazioni con una relazione utilizzabile in giudizio, secondo il metodo descritto nella pagina Digital Forensics. Il presupposto, però, si costruisce in tempo di pace: è una delle ragioni per cui insistiamo sulla gestione dei log anche in aziende piccole.

Aziende senza un reparto IT interno

Sotto una certa dimensione non ha senso assumere un responsabile della sicurezza. Ma non ha nemmeno senso lasciare la sicurezza al fornitore che gestisce i PC, perché sono competenze diverse e, soprattutto, non si può essere controllore di sé stessi.

Il modello che proponiamo in questi casi è gestito: il SOC monitora l’infrastruttura in continuo e analizza gli eventi, noi restiamo l’interlocutore unico per la sicurezza, e il fornitore IT esistente continua a fare il suo lavoro. Non lo sostituiamo: gli diamo indicazioni precise quando c’è qualcosa da sistemare.

Si può cominciare da un perimetro ridotto — la posta, le postazioni, un servizio esposto — e allargare quando ha senso. Non serve rifare tutto per iniziare.

Fornire un cliente soggetto a NIS2

Poche aziende vicentine rientrano direttamente nell’ambito della Direttiva NIS2, recepita in Italia con il D.Lgs. 138/2024. Molte però forniscono chi ci rientra, e la direttiva impone a quelle organizzazioni di gestire il rischio della propria catena di fornitura.

In pratica questo arriva al fornitore sotto forma di questionario di qualifica e di clausole contrattuali: come gestite gli accessi, cosa registrate, quali backup avete, in quanto tempo notificate un incidente. Sono domande a cui si risponde bene solo se il lavoro è stato fatto prima. Il percorso è descritto in Adeguamento NIS2.

Lo stesso vale per i marchi del lusso che si riforniscono nel distretto conciario e in quello orafo: i loro requisiti di riservatezza sono spesso più stringenti di qualsiasi norma.

Ransomware: il costo vero è il fermo, non il riscatto

Quando un ransomware colpisce un’azienda manifatturiera, la cifra richiesta è quasi sempre il problema minore. Il danno è il tempo in cui non si produce e non si spedisce, mentre le commesse hanno date e i clienti hanno alternative.

La dinamica tipica non è quella del film. L’ingresso avviene giorni o settimane prima, spesso attraverso credenziali rubate o un accesso remoto dimenticato aperto. Chi è entrato guarda, individua dove stanno i dati che contano e — dettaglio che molti scoprono tardi — cerca i backup per renderli inutilizzabili. La cifratura è l’ultimo atto, non il primo.

Ne discendono tre conseguenze pratiche. Primo: serve rilevare la fase silenziosa, e per farlo servono registrazioni e qualcuno che le guardi. Secondo: i backup devono essere fuori dalla portata di chi ha preso il controllo del dominio — copia separata, credenziali diverse, immutabilità dove possibile. Terzo: un backup che non è mai stato provato in ripristino non è un backup, è una speranza; il test va fatto e va cronometrato, perché il numero che conta è quante ore servono per ripartire.

I riferimenti sono Managed Backup per il ripristino e Threat Detection e SOC per la rilevazione della fase iniziale.

Come si parte

Con una conversazione che serve a capire cosa c’è e cosa preoccupa. Poi un assessment del perimetro esposto su Internet, che di solito riserva qualche sorpresa, e un piano ordinato per rischio.

Seguiamo aziende anche a Padova, Modena e a Verona, dove abbiamo sede. Per parlarne: Contatti.

Domande frequenti sulla sicurezza informatica a Vicenza

Fidem ha un ufficio a Vicenza?

No, la sede è a Verona, a circa cinquanta chilometri lungo l’A4. La distanza consente presenza in sede anche per interventi brevi. La parte continuativa dei servizi — monitoraggio, gestione, verifiche periodiche — viene erogata da remoto.

Cosa significa concretamente proteggere gli asset aziendali?

Per un’azienda manifatturiera vicentina significa tre cose distinte: proteggere il know-how (disegni, CAD, distinte, collezioni) con controllo e registrazione degli accessi; proteggere l’identità dell’azienda presidiando il dominio email con SPF, DKIM e DMARC; proteggere la continuità con backup verificati nel ripristino e separazione tra rete d’ufficio e rete di produzione.

Se un dipendente porta via dei file, possiamo dimostrarlo?

Dipende da cosa è stato registrato prima che accadesse. Con log di accesso ai file, tracciamento dei dispositivi rimovibili e conservazione delle caselle di posta, l’analisi forense può ricostruire copie, invii e sincronizzazioni e produrre una relazione utilizzabile in giudizio. Senza quegli elementi la ricostruzione è molto più debole.

Dobbiamo sostituire il nostro fornitore informatico?

No. Il fornitore IT gestisce il funzionamento dei sistemi, noi presidiamo la sicurezza: sono mestieri diversi e teniamo separato il controllo dall’esecuzione. Lavoriamo accanto al fornitore esistente, indicandogli cosa correggere quando emerge qualcosa.